martedì, 25 novembre 2008
tomp tomp tomp
Anche la ghiaia è velata di brina. Anche la ghiandaia se n'è andata per la stagione. E le mele marce ai piedi degli alberi stremati, non odorano più.

cos'è, rabbia? no. non mi piace questa sensazione irrisolta. Non è un buon sentire, e provo a stemperarla, mettendole un cappello a tesa larga e una veletta da gran dama, mascherandola così da Incomprensione.  E la nebbiolina che mi intorpidiva gli emisferi cola come sudore dietro la schiena.
Lascio che la dama velata vada a farsi un giro, e faccio spazio solo a pensieri nuovi, muovo le dita scottate dal freddo e fingo che un filo invisibile mi sostenga la testa e mi renda leggerissima.

mi ha colpito questo, di ciò che Oliver Stone ha detto parlando del suo ultimo film: che Dabliu sia "un uomo privo di senso di colpa". Il senso di colpa è una questione relativa, dirà qualcuno, relativa alla Storia. Aggiungerà che è radicata nel pensiero cristiano e che di un uomo privo di senso di colpa, fuori dal brodo fetale della cultura, ci si possa comunque fidare. Secondo lui. Magari aggiungerà che gli antichi greci non conoscessero la colpa (ma loro conoscevano... la vergogna, e se avvocavano persino le passioni a qualcuno fuor di loro, insomma, per la proprietà transitiva non potevano che ignorare anche il senso di colpa. Che sta Dentro. Ergo---).

Due donne di un secolo e mezzo fa passano sfiorandomi: Nora ed Emma, parlano fitto e mi sforzo di non sentire i loro discorsi, perché non voglio più pensarci.
Questa corsa di inizio inverno ha l'odore umiliato di una rosa innaffiata poco.

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categoria:amore, cinema, dolore, bellezza, corpo, rapporti umani, perdersi, corsette al parco
sabato, 15 novembre 2008
Corro solo perché mi serve,
a non pensare troppo.
A non egoizzare.
A liberarmi.



Oggi era ad Alba Pietro Trabucchi. Parlava di resilienza.
La resilienza, in metallurgia, è una caratteristica dei materiali: la capacità di resistenza alla rottura.
Ma negli esseri umani, dunque secondo la psicologia, la r.  è quella forza interiore e duratura che aiuta a ricostruirsi, ricompattarsi, riorganizzarsi in seguito a un trauma, sviluppare questa compattezza come stile di vita,...diventare resistenti. Ne parla in un libro: Resisto dunque sono. E sostiene che sia lo sport il campo privilegiato per l'esercizio e lo sviluppo delle capacità di resilienza (mi piace -ma questa non vuol esser una nota polemica :-) trovare in questo libro una netta distinzione sul calcio, in questo senso -di resilienza- non intendibile come sport ma come puro showbusiness...)
Parlando dell'esercizio fisico, Trabucchi che ha salito le montagne di mezzo mondo come alpinista, camminatore d'alta quota, ultramaratoneta (ma sempre da amatore, poiché lui è uno psicologo) fa riferimento in particolare alle discipline di resistenza, piuttosto che alle performance di velocità. E il discorso apre inevitabilmente approfondimenti interessanti sul ruolo della mente nella penalizzazione o nei vantaggi in queste discipline come nella vita di ogni giorno, a seconda di quanto "pensiero positivo" applichiamo a ciò che facciamo. E torniamo al solito discorso dell'autoprofezia/autoavverantesi, con cui più o meno tutti ci castighiamo, all'importanza di frame mentali "aperti", e di un approccio cognitivo positivo, non troppo autoindulgente, ottimista.

Ma vi rimando ai suoi libri.

Mi colpiscono due uomini che sono la dimostrazione dell'immenso potere della resilienza, Roberto Ghidoni e Marco Olmo. Del secondo, albese ma residente a Robilante, ho scoperto qualcosa quest'estate in montagna. Entrambi uomini fortissimi, della forza che la pazienza e la autodeterminazione danno: Ghidoni un contadino della valle Trompia, vicino a Brescia, è più volte campione dell'Iditarod Trail, gara di 1800 km nelle nevi dell'Alaska con il solo equipaggiamento di uno slittino legato in vita; Olmo, ex minatore  e camionista, uomo fine di ingegno e semplicità: ultramaratoneta vincitore del Trial du Mont Blanc (iniziando a correre a 50 anni). Una sua recente intervista su La Stampa:

«Io vengo dal mondo dei vinti», dice l’uomo che ha fermato il tempo. E fa specie sentirlo da uno che ha messo in fila i corridori più pazzi di quattro continenti: marocchini, nepalesi, francesi, americani come Dean «Karno» Karnazes, quello delle cinquanta maratone in cinquanta giorni di seguito, quello che ha raccontato le sue imprese in un libro venduto in tutto il mondo, ma sul traguardo del Bianco ci è arrivato stravolto, con sei ore di ritardo. «Aveva pure chiamato i giornalisti, prima. Diceva che mi avrebbe distrutto, con la sua tecnologia e le sua maglietta piena di patacche e di sponsor. C’è rimasto male, quando mi ha visto andar via con lo zainetto fatto in casa, i fuseaux a fiori e la mia corsa da Fantozzi. Alla fine, però, è venuto a stringermi la mano: i podisti non si prendono a testate...».

Sento le loro parole e invidio la loro pace, la loro forza. Su Olmo, Paolo Casalis e Stefano Scarafia stanno realizzando un documentario:





p.s. c'entra poco col post, ma questa settimana impegnativa e affollata di pensieri è stata purificata da un'immagine che qualcuno, foss'anche stato un caso molto generoso, mi ha regalato ieri sera, mentre percorrevo la Torino-Milano. L'aria era straordinariamente limpida e il tramonto già vicino (erano le 16.20, circa). La corona delle Alpi pennine stava alla mia destra come una fila di denti puliti, 'ché deve aver nevicato dieci giorni fa. Il monte Rosa, o meglio, il massiccio imponente del monte Rosa sembrava un vascello di neve, o un molare ipertrofico e tronfio in una bocca perfetta, qualcosa di monumentale, solo per me, solo per farmi sentire meno il mal di testa e la stanchezza. Così bello che mi ha quasi fatto piangere, come il cielo azzurro di Because :-)

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martedì, 14 ottobre 2008

è che stasera ho visto finalmente Il matrimonio di Lorna di cui avevo già letto quindici recensioni senza mai riuscire, peraltro, a trovarlo sugli schermi. Finché non è giunto su quelli del mitico Moretta movie theatre, lasciandomi allibita, per quanto fossi preparata: Lorna, albanese, ha ottenuto la cittadinanza belga sposando un tossicodipendente, Claude. Ma Lorna è soprattutto una pedina abilmente mossa dalle mani di un delinquente che -essendo ormai lei belga- le impone un matrimonio di convenienza con un russo, non dopo aver eliminato il povero Claude con un'overdose. I macchinamenti non sono finiti, perché c'è anche il fidanzato albanese di Lorna, colui per il quale, si suppone, la ragazza affronti i giochi di scambi e i maltrattamenti... finché. Finché Lorna non si ferma e guarda ogni cosa da fuori, ritessendo il significato della pietà e dell'amore. Inventandosi dentro di sé tutta la vita e la bellezza che fuori non ha trovato.
Nonostante la crudezza -su cui i Dardenne non calcano mai troppo la mano, ma che emerge dal realismo, dal calco della realtà- il film si chiude in un'intenzione di speranza, ho forse...ce l'ho voluta cogliere io :-)
Insomma, 5 stelline, da vedere.


Va bene. Senza contare che sono distrutta dalla stanchezza per la tre-giorni umbra che mi ha lasciato però anche qualche soddisfazione: posti stupendi da rivedere (anche se giornate autunnali così belle non mi capiteranno mai più , e il prossimo tramonto sul Trasimeno non sarà altrettanto ambrato), piacevoli conoscenze, di gente pazza e di gente estremamente seria (e in questo, adorabile). E anche più piacevoli rincontri, sempre troppo fuggevoli (ché c'era da lavorare veramente un sacco).
Unico neo: l'edicola di Magione, sabato, non aveva Internazionale (anzi, la giornalaia mi ha chiesto "Di cosa parla 'sto giornale?") e stamattina il mio edicolante-di-fiducia...l'aveva già finiti tutti! :-( Sigh.

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categoria:donne, cinema, dolore, corpo
lunedì, 29 settembre 2008
Nigeria - Ladri di gioielli
In Africa ogni anno si registrano decine di casi di "restringimento, scomparsa o sottrazione di genitali". Il furto del pene è magia o psicosi? Un giornalista statunitense alla scoperta delle sindromi legate alla cultura

Pensavo fosse uno di quegli articoli "pesced'aprile-fuori-stagione". Viene pure da Harper's Magazine, dove a volte ci sono articoli così assurdi da sembrare finti. Invece no, è serio!
Il giornalista free lance in questione (Frank Bures) prende un volo per Nairobi e cerca di scoprire qualcosa su questa supposta psicosi di massa che sembra colpire i nigeriani maschi: molti sostengono di essere state vittime di un juju, una magia, e che il loro membro sia stato inghiottito nel corpo.
Ora, al di là della maniera folcloristica in cui si realizza questa versione africana della paura dell'evirazione (una nota: esso riappare poi magicamente, una volta subito un controincantesimo o allontanatasi la persona che l'ha provocato), la notizia è interessante nelle osservazioni para-antropologiche.

Posso citare, Mr Bures?

Con la progressiva evoluzione del nostro concetto di cultura, il dibattito sull'espressione culture-bound syndromes sembra essersi calmata. Oggi l'idea di una sindrome legata alla cultura è accettata, anche se un po' controvoglia: dopotutto, come può la medicina occidentale catalogare patologie come l'hikikomori, che spinge i ragazzi giapponesi a rimanere nelle loro stanze per anni? Oppure il dhat, l'ansia che colpisce indiani e cingalesi quando temono di perdere la loro fertilità? O lo zar, possessione spiritica vissuta da mediorientali e nordafricani? O ancora l'hwa-byung, la "malattia del fuoco" delle donne coreane, che si manifesta con sintomi fisici come palpitazioni e "la sensazione di una massa nell'epigastrio"? Come possiamo inserire queste e molte altre malattie nelle pagine dell'ultima edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, la bibbia occidentale delle malattie della psiche? Questi stati non sono semplicemente psicogeni, come un tempo sostenevano gli universali della psichiatria. Sono anche sociogeni, cioè creati dal tessuto sociale.
jack-nicholson-shining
E segnala anche un libro, di Charles Hughes, che ha classificato le sindromi: Culture-bound syndromes: folk illnesses of psychiatric and anthropological interest  (disponibile on line al modico prezzo di 280 euro...ehm, ma ne ho trovato un altro, in italiano). E ho scoperto che su Wikipedia c'è una pagina dedicata in cui sono descritte le principali: la dromomania sembra essere quella che colpì Forrest Gump. La Sindrome di Kundalini è l'esperienza vicino alla morte che persone in profondo stato meditativo possono avere. C'è anche il noto Morbo di Morellons, tra queste.

Attenzione, documentarvi sulle culture-bound syndromes potrebbe farvene venire una :)


p.s.(fuoritema) Stasera ho visto Intrigo Internazionale: ma non è che Burn after reading è vagamente ispirato? (è vero, Cary Grant ha pure quel certo 'nonsoche' che ha George, è vero... :-)
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categoria:antropologia, scienza, corpo, attualità
giovedì, 25 settembre 2008

Segnalato dalle amiche del Cirsde di Torino... se qualcuno ci va mi manda gli appunti?

DALL’EMBRIONE ALLA NAZIONE 
Maternità, fecondazione, biopolitiche

Ciclo di seminari di storia, filosofia, antropologia. Sala lauree di Scienze politiche, via Verdi 25, Torino. Ore 15,30, dal 14 ottobre al 2 dicembre 2008

martedì 14 ottobre: Nadia Filippini - La personificazione dell'embrione: un processo storico

La relazione intende ricostruire le tappe e i contenuti fondamentali della nuova rappresentazione dell'embrione che si costruisce nel corso della seconda metà del Settecento, che pone le basi dell'attuale prospettiva culturale. Sarà considerato in particolare l'intreccio tra il discorso medico della nascente embriologia,  il discorso teologico e quello politico, nonché le conseguenze in termini di iniziative di legge e di controllo del corpo materno. Un'attenzione particolare sarà riservata alle conseguenze che questa nuova prospettiva ha comportato per la donna e la rappresentazione della maternità.

martedì 21 ottobre: Monia Andreani - Maternità in negativo e maternità in positivo: scelte biopolitiche a partire dal confronto tra legge 194/1978 e 40/2004

Durante l’incontro si svilupperanno linee di confronto tra le leggi 194/1978 e 40/2004 con l’intento di mettere in evidenza come è cambiato, se è cambiato, lo sfondo biopolitico che ha portato alla mediazione delle rispettive leggi in un lungo arco di 26 anni; si affronteranno anche le questioni dell’obiezione di coscienza, della contraccezione di emergenza e dell’aborto chimico (RU 486), con una particolare attenzione al dibattito che si è sviluppato su questi temi all’interno del movimento femminista italiano.

giovedì 30 ottobre: Olivia Guaraldo  - La biopolitica della gestazione e dell’allattamento

Come è costruita dal discorso pubblico e politico la maternità, in particolare nel periodo della gestazione, le biopolitiche dell’allattamento e le leghe del latte.

martedì 18 novembre: Emma Schiavon - Un lavoro per la nazione e contro il nemico: maternità e guerra nel secolo breve

Il discorso politico intorno al corpo fertile delle donne è stato particolarmente esplicito durante le guerre del Novecento e con la nascita della propaganda bellica il rapporto fra maternità e nazionalismo diviene manifesto. Due aspetti soprattutto lo rivelano platealmente: le politiche pronataliste dei dopoguerra e il discorso pubblico intorno alle maternità derivate da stupri di guerra.  Con l’invasione del Belgio nel 1914 e in seguito con la ritirata di Caporetto, in Europa e in Italia si dibatte per la prima volta il tema della legittimità dell’aborto in caso di violenza; con una singolare persistenza, tale dibattito viene ripreso, nelle sue linee generali, sino alla fine del 1900.

martedì 25 novembre: Cecilia Pennacini - Il potere del ventre. Ideologie riproduttive e costruzioni di genere nell’Africa dei Grandi Laghi

Le società dei Grandi Laghi africani, molte delle quali avevano raggiunto già in epoca precoloniale un notevole grado di centralizzazione politica e raffinatezza culturale, presentano un’interessante concezione del genere, in gran parte incentrata sulla gestione e sul controllo del potere riproduttivo delle donne. Tale potere, che costituisce esplicitamente un valore sociale fondante e imprescindibile, è posto in alternativa al potere politico dei capi e dei sovrani e al potere mistico dei medium, rappresentanti della religione tradizionale. Tuttavia tale concezione, lungi dal fornire un’attribuzione rigida di ruoli sociali a individui biologicamente maschi o femmine, consente invece dinamici e complessi passaggi da un genere all’altro in relazione alla posizione che ciascuno, a prescindere dal proprio sesso biologico, occupa nella struttura sociale o nell’organizzazione religiosa. Esercitare il potere del ventre oppure rinunciare ad esso – la scelta compiuta dalle donne medium o da alcune figure femminili della gerarchia politica – comporta dunque in queste culture una ridefinizione sostanziale della propria identità di genere.

martedì 2 dicembre: Eleonora Missana  - In nome di Giocasta? Il ripensamento del materno da Luce Irigaray a Judith Butler

Il ripensamento del “materno” in tutte le sue possibili accezioni filosofiche, politiche, etiche e simboliche, al di fuori degli schemi approntati dall’ordine simbolico patriarcale, è stato e continua a essere al centro delle riflessioni femministe e post-femministe. Per documentare la ricchezza e  la varietà di tali riflessioni si è scelto di porre a confronto le letture offerte da alcune pensatrici contemporanee, da Luce Irigaray a Françoise Duroux, da Adriana Cavarero a Judith Butler, passando per una pensatrice non dichiaratamente femminista come Marìa Zambrano, di un testo di eccezionale pregnanza simbolica: Antigone di Sofocle.

giovedì, 17 luglio 2008

"Come può essere che lo spazio umano più bello e più sacro,
il grembo materno, sia diventato luogo di violenza indicibile?" Papa Ratzi dixit.274271557_6145f00425_m

 

Ecco che cosa mi fa rabbrividire: percepire non solo nella quotidianità dei rapporti interpersonali, delle situazioni familiari e dei meccanismi psicologici di prevalicazione, ma anche e soprattutto nelle alte sfere del potere, nelle menti del controllo temporale e ideologico, il piacere sottile del controllo del corpo femminile, della sua legislazione, del "so io cos'è bene per te", l'atteggiamento paternalistico e coercitivo mimetizzato da cura.

B-XVI (Hal 9000 ci fa un baffo) è solo uno dei tanti, che non sa neppure come viva una donna la propria femminilità, che cosa voglia dire essere madre, essere donna, essere compagna di un uomo, avere un corpo dotato di fragili cicli, sismi interni, faglie sotterranee di ormoni instabili, picchi e depressioni, e tantomeno un corpo che ne genera un altro, altri.

Come si può -ignorando tutto questo- ancora parlare?

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categoria:donne, dolore, corpo
martedì, 29 aprile 2008
persianeChe tardi che fa stanotte, fanno a pugni la stanchezza e il dolore, l'uno tiene l'altro sotto scacco, e in più sono immersi, entrambi, nel latte crudo dell'incertezza.
Meglio cedere alla stanchezza. E volerne ancora, fatta di corse che tagliano l'aria, fatta di nuotate senza pensieri, fatta di fatiche del corpo che cancellino le nostalgie del corpo.

Allora mi concentrerò sull'infinitamente piccolo, ho deciso. Come quando il collirio che metto nell'occhio sparge il suo sapore in gola per via di cavità sconosciute. Come quando l'atmosfera cambia peso, e il cielo si apre o si chiude, e lo sento nelle ossa e sui capelli. Come quando gli oggetti, in una giornata luminosa, hanno un colore più saturo, e il rosso è davvero così. Come quando cerco di indovinare di che umore è il cielo, al mattino, dalla consistenza della luce nelle fessure delle persiane. E come quando a correre sul ciglio della strada, mi si attacca alle caviglie un sapore di rucola bagnata e malva.
Voglio queste cose, e accontentarmene in un modo infantile e astronomicamente sublime..
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categoria:corpo
lunedì, 21 aprile 2008
Della guerra sono stanca ormai,
al lavoro di un tempo tornerei,
a un vestito da sposa o qualcosa di bianco,
per nascondere questa mia vocazione,
al trionfo ed al pianto


Giovanna d'Arco - Fabrizio De André

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categoria:amore, donne, dolore, corpo, attualità
mercoledì, 19 dicembre 2007
Ho scoperto un traguardo nuovo, questioni su cui non avevo pensato mai: voglio raggiungere la consapevolezza del corpo.
Non è ciò cui state pensando, maligni!
matisse146Non è neppure la volontà di comandarlo come un soldato ubbidiente a privazioni o sforzi: vomitare come le bulimiche o seguire diete assurde (anche se..), impormi regimi ortoressici o potenziare gli addominali (anche se...).

Parlo di cose un po' più complicate (cosa c'è di più complicato di perdere 5 chili?, eh be'...). Per esempio, respirare consapevolmente. Parlare consapevolmente. Usare tutti quei muscoli invisibili che fingiamo di non avere. Apprendere la geometria del ballo, e quella del raviolo ripieno (avete mai visto come si fabbrica un cappelletto?).
Interiorizzare movimenti armonici, abitare nell'aria non come ospite pendulo ma come molecola trasparente, raggiungere la grazia. E anche muovere muscoli che non si usano mai, per diminuire dolori mestruali o annullare mal di testa da cervicale inchiodata.
Smettere, insomma, di trascinare questo corpo come un sacco addormentato. Farlo vivere, sentirselo addosso, "tutto intorno" (questo sì), colorarlo, finalmente.
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categoria:corpo, ormoni
martedì, 04 dicembre 2007
Troppe consonanti tutte insieme per un dolce natalizio.
Non è come dire "panettone". Trdlo avrà anche un suono soffice, in ceco, ma da neolatina non l'ho percepito.
Peccato.
Forse è per questo motivo che non ho avuto il coraggio di assaggiarlo. O forse perché gli involtini di salmone e burro e l'onnipresente carne di maiale saturavano la mia voglia di "esplorare gusti nuovi".
In compenso la mia voglia di "orizzonti nuovi" è stata, se non saziata, stuzzicata in modo amorevole dalla stupenda capitale ceca.
Livello di aspettative alla partenza: basso. Ma solo perché si trattava della toccata-e-fuga di un viaggio di lavoro, meglio non illudersi troppo. Invece è bastato camminare molto, negli spazi liberi di questa tregiorni praghese, per scoprire una città splendida.
Mio fratello Lorenzo si propone sempre come compagno di viaggi ideale: cammina molto, non soffre di agorafobia/vertigini/claustrofobie particolari, e neppure dei frequenti disturbi psicosomatici del viaggiatore schizofrenico della domenica.

Praga si è rivelata inaspettatamente una città "romantica". Più di Londra o Roma, Parigi o Dublino, forse in un modo analogo alla bellissima Edinburgh, permette di macinare chilometri senza incrociare un'auto, e nasconde epifanie e oasi anche nella calca dell'inaugurazione dei mercatini natalizi. E solo come Edimburgo, m'ha fatto desiderare di viverci. La vita dei praghesi è piena di bellezza. Vivono con disinvoltura in una città rinata, pulita, intonacata di pastello e piena di teatri (più di 40 tra teatri di prosa e di opera, sale di concerto, teatrini... le note di Mozart o Vivaldi la riempiono ogni sera e i praghesi non si tirano indietro. Ovviamente mi ha ricordato Vienna, la città più musicale che abbia mai visitato).

L'albergo era un ricordo della Sezession praghese: fasti di lampadari in lacrime di cristallo e severe cariatidi di bronzo. Lorenzo ha giustamente notato che non era troppo diverso dai resort statunitensi della nota catena Gaylord: "Con la differenza che qua è tutto vero ed ha almeno cent'anni, là è tutto di cartongesso", e ho pensato alle cornucopie e ai putti finti disegnati da un qualche scenografo di Disneyworld per il resort di Orlando, FL. Comunque lì, in Panska, proprio davanti all'hotel, c'era il museo Mucha, a confermare.

Scrivo tra una montagna di dolcetti allo zenzero e la mia fotocamera esausta. E ho voglia di ripartire.
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categoria:viaggi, lavoro, cucina, bellezza, corpo, attualità, multicultura
sabato, 01 dicembre 2007
Diminuisce la mortalità di Aids in Italia ma aumentano le infezioni che, per oltre il 65% dei casi, avvengono per via sessuale. Ogni anno si registrano infatti circa 4 mila nuove infezioni, mentre la stima dei decessi per il 2007 è di circa 200 morti contro, ad esempio, i 4.581 del 1995. Questi i dati diffusi oggi dal ministero della Salute alla vigilia della celebrazione domani della Giornata mondiale dell'Aids. L'effetto della terapia antiretrovirale combinata, rileva il ministero, ha infatti portato ad un aumento della prevalenza di persone che vivono con una diagnosi di Aids: ad oggi se ne stimano oltre 23 mila.

Nel nostro paese, dall'inizio dell'epidemia ad oggi, si sono registrati 58.400 casi di Aids e tra questi i decessi sono stati 35.300. Dal 1995, anno del picco dell'epidemia, ad oggi si è passati dal 5.600 casi di malattia conclamata ai circa 1.200 attuali. I sieropositivi (tra i quali sono comprese anche le persone affette da Aids) si stimano siano oltre 120 mila. Cambiano anche le caratteristiche delle persone infette: se nel 1997 58,1% erano tossicodipendenti, il 20,7% avevano contatto il virus da rapporti eterosessuali, il 15% da quelli omo-bisessuali, nel 2007 i casi tra i tossicodipendenti sono diminuiti al 27,4%, mentre i contatti eterosessuali sono passati al 43,7% e quelli omo-bisessuali al 22%. Aumenta anche l'età delle persone colpite, che supera i 40 anni di media.(da Repubblica - today)


aids.haringDa bambina ho scoperto cosa fosse l'AIDS quand'avevo circa 8 anni, grazie alla monumentale enciclopedia medica che  mi divertivo a sfogliare soffermandomi per lo più sulle immagini (per scoprire che le infezioni della pelle potevano assumente forme davvero buffe e che il parto di un bambino NON era affatto una cosa buffa...).
Lì l'HIV, ritratto nero su bianco, era un botolo punzonato che ballonzolava in una valle desolata (cavità corporee o il vetrino di un microscopio?) - credibile che potesse essere pericoloso,  per me aveva l'aspetto di una bomba inesplosa (e difatti).
Qualche anno dopo molto trasversalmente intuii che il film Philadelphia toccava il tema, associandolo all'omosessualità. Di lì fu tutto un discutere di AIDS; delle sue origini misteriose e i suoi sviluppi quasi aleatori; delle vite fertili d'arte e ricche di bellezza che aveva prosciugato (Haring, Mercury...); del fiorire di leggende metropolitane ("Benvenuto nel mondo dell'AIDS") e clamorose smentite ("Non esiste alcuna prova che l'AIDS sia causato dal retrovirus HIV, nè che questo sia la causa di qualsivoglia sindrome"); della necessità di proteggersi, di usare "precauzioni": sotto i banchi passavano leaflets educativi di lupoalberto (sostituiti anni dopo da librettini ministeriali che insegnano ad abbracciarsi...)

Cerco di ricordare: in che momento si è smesso di parlarne? Dal governo Berlusconi (spartiacque culturale dell'Italia contemporanea)? Dalla messa in onda di "Beverly Hills 90210"? Dal momento in cui divennero una moda i pantaloni a vita bassa o gli schermi al plasma?
Quand'è che abbiamo smesso di pensarci seriamente?
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categoria:scienza, corpo, attualità, rapporti umani
lunedì, 26 novembre 2007
Dello "spettacolo" (monologo appassionato su disparati temi, un po' come le chiacchiere che si fanno al bar da Carmelo il venerdì sera, che poi verso l'una possono trasformarsi in discorsi dai contorni più sfumati e variare dalle auto ad aria compressa allo scarabeo stercoraro) di Jacopo Fo, sabato scorso, alle Officine Multidisciplinari (!) di Cuneo, in occasione di Scrittorincittà, m'è rimasto uno spunto interessante. Che le donne vedono in grandangolare e gli uomini in teleobiettivo.
O meglio, Fo l'ha spiegata così: "Donne, smettetela di prenderla col vostro uomo se si gira a seguire con lo sguardo il passaggio di ogni avvenente signorina! è provato che le donne fanno esattamente la stessa cosa, ma essendo il campo visivo femminile assai più ampio di quello maschile, esse non hanno bisogno di girarsi in modo così plateale". granangolar
C'è di più: questa teoria ha la sua solita radice filogenetica che rimanda tutto a ventimila anni fa (come se ancora il nostro cervello nascesse per cacciare gnu o raccogliere mirtilli. E basta.) quando la donna "aveva bisogno di una visione periferica estesa per tenere sott'occhio bambini e spazio circostante", l'uomo invece dovesse essere una sorta di mirino umano, con l'occhio che arrivasse lontanissimo ma che inquadrasse solo una porzione ristretta, quella in cui lo gnu (appunto) pascolava tranquillo. Esattamente come un fotografo del NG che tira fuori il tele più potente che ha perché laggiù, in fondo alla foresta, ha scorto il rinoceronte più timido del mondo
Ad ogni modo, mi chiedo se quest'azzardo teorico abbia un briciolo di senso.
E se si possa estendere alla sfera cognitiva (forse questo sì, che sarebbe un discorso interessante): le donne hanno una visione grandangolare e gli uomini da teleobiettivo? E ancora: chi è miope non sa porsi obiettivi a lungo termine? Gli astigmatici hanno seri problemi di doppia personalità? :-)
Ma soprattutto: i pesci...vedono davvero come in un fisheye?
postato da: flanerie alle ore 12:25 | Permalink | commenti
categoria:donne, teatro, uomini, ecologia, corpo, attualità, chiacchieredapub

daniela scavino