
Il viaggio in Islanda mi ha caricato di energie positive: un'esperienza per nulla "mordi e fuggi", tre settimane in una terra che è tutta nella fase puberale in cui si avvicendano tempeste ormonali e nuove scoperte: intrattabile e bella, tutta arcobaleni fuochi implosioni e
jökulhlaups , capace di pianti a dirotto e sorrisi improvvisi, come gli adolescenti, appunto. Come me, forse (che tanto adolescente non sono più).
Non ci sono troppi alberi, e forse questo scatena il terrore nei forestieri: un paese così selvaggio ma senz'alberi, che cos'accadde? Quei pochi, pare, se li spartirono i discendenti dei vari Erikson e Johanson, per tirar su
capanne di torba, erba e legno. E così ci si trova quasi sempre a scalare pendii vulcanici ricoperti del muschio più favoloso che abbia mai visto: spesso, gonfio ma mai umido, alto fino a venti centimetri, colore cenere e salvia, che raramente lascia il posto a rocce e licheni bianchissimi, forme di vita aliena. Un muschio su cui si potrebbe dormire comodamente copre la maggior parte dei grumi lavici islandesi di un materasso soffice, fitto e robusto. Un muschio della stessa consistenza della lana delle pecore islandesi: secca secca a forza di vento e pioggia fredda,
waterproof (assicuro) ma incredibilmente morbida.
E c'è tutta una flora discreta, meno appariscente degli alti fusti legnosi, ma altrettanto affascinante: le distese di blueberries con cui ho cucinato due torte nell'antidiluviano forno del laboratorio delle marmellate di Solheimar, torte che sono uscite come ogni torta di mirtilli dovrebbe essere: dall'impasto rosso e gonfio, cosparso di gemme blu, nonostante l'imprevedibilità di quel forno vetustissimo; poi finocchi selvatici, lupini a profusione nei loro toni più naturali (quel bluviola genziana irriproducibile nei colori artificiali in cui vengono commerciati i lupini da noi), achillea, erika, campanule color del lillà, fragoline e bacche, genziane, ranuncoli e rose selvatiche, timo e valeriana, fiori bizzarri dai semi volanti (
eriofori, infatti)... ma basta farsi un giro nel
giardino botanico di Reykjavik, tra le oche che rasentano il lago partendosene per i paesi caldi.