martedì, 04 novembre 2008

Su Schmap! Prague (guidomappe turistiche on line ben fatte, devo dire) ritrovo una mia fotina del Christmas Market di piazza San Venceslao! (dalla foto si deduce la mia età mentale e la mia fame in quel gelido frangente)
è di un anno fa...

voglio tornare a PRAGA!!!!!

 

 

 

 

postato da: flanerie alle ore 18:29 | Permalink | commenti
categoria:viaggi, fotografia
domenica, 20 gennaio 2008
Where are Elmer, Herman, Bert, Tom and Charley,
The weak of will, the strong of arm, the clown, the boozer, the fighter?
All, all are sleeping on the hill.

One passed in a fever,
One was burned in a mine,
One was killed in a brawl,
One died in jail,
One fell from a bridge toiling for children and wife --
All, all are sleeping, sleeping, sleeping on the hill.


E invece per me com'è dura dormire con troppi caffè in corpo. Dormire d'un sonno terreno, intendo. andre
Dura scacciarsi dalla testa la nebbia sottilissima sotto una stairway (che era anche starway) to heaven,  compresa di Luna (quasi) piena.
Quanto sarà dura svegliarsi domattina a un'ora decente :-)

Rob Brezsny con la sua nonchalance da astro/tuttologo mi consiglia, per la settimana entrante, di "farmi massaggiare nell'acqua calda da una squadra di guaritori carismatici mentre mi cantano canzoni d'amore e ninnananne". Era proprio ciò che volevo sognare stanotte. Insieme alle rime della spoon river di De André. Insieme a una foto, una foto precisa, di un poeta affacciato tra un'edera ipertrofica che canta -il poeta- una canzone sorniona. E poi una canzone che fa sognare. E una canzone che è una storia.


Dove sono Ella, Kate, Mag, Edith e Lizzie
la tenera, la semplice, la vociona, l'orgogliosa, la felice?
Tutte, tutte dormono sulla collina


(Oggi, intero pomeriggio/sera con le parole, le note, le foto di Fabrizio De André.)
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categoria:poesia, sogni, teatro, fotografia, scrittura, bellezza
martedì, 20 novembre 2007
So ancora pochissimo di Leonilda, troppo poco.
E mi spiace non aver conosciuto prima questa storia.
E pensare che fin da quand'ero piccola, direi dall'età di 4 o 5 anni, le vacanze estive erano a Pamparato. L'Evento-della-vacanza consisteva nell'assistere al teatro in dialetto piemontese che si teneva durante la festa patronale nella piazzetta: erano commedie buffe di nuore carine e vanitose, padroni di casa un po' scorbutici e giovani innamorati. Di solito c'era di mezzo un qualche equivoco che non comprendevo fino in fondo, anche se capivo meglio il piemontese a otto anni che non ora.

Di Pamparato, comune di mezza montagna della Val Casotto, ricordo altre cose con chiarezza: le paste di meliga che si compravano in panetteria, non frequentemente, direi, perché mia madre sosteneva fossero "piene di burro"; il mercato era di mercoledì; non c'erano pizzerie; ogni pomeriggio, dopo pranzo, noi bambini partivamo per spedizioni di pesca lungo le rive del Casotto. Solitamente non si pescavano che girini: in compenso alla fine avevo i piedi blu per aver passato l'intero pomeriggio in un ruscello dall'acqua a dieci gradi. E c'era una passeggiata che facevamo, sempre la stessa, che saliva fino al Santuario dell'Assunta.
Nella mia memoria, Pamparato smette di esistere nell'inverno del 1994: il terribile alluvione di quel 4-5 novembre aveva spazzato via la strada per raggiungere il paese e insieme, anche un pezzo della mia casa ad Alba e, per un po', anche le intenzioni vacanziere della mia famiglia.
Poi, due sere fa, Pamparato torna in un discorso a casa di un'amica, che ha curato una mostra su Leonilda Prato: questa donna, classe 1875, a Pamparato nacque e sposò un uomo col suo stesso cognome, Leopoldo Prato. Leopoldo era musicista: e qui è doveroso ricordare che Pamparato è sede di un istituto di musica antica (anche quello lo ricordo, come il rudere di un passato raffinato in un paesino che negli anni 80 era costantemente occupato da vacanzieri chiassosi impegnati, a seconda della stagione, in barbeque o castagnate). Figlia di una tessitrice e di un calzolaio, donna della montagna, girando tra Svizzera Liguria e Provenza col marito, suonatore girovago, Leonilda apprese per caso da un fotografo austriaco incontrato in Svizzera l’arte della fotografia. Ecco trovato il modo di sbarcare il lunario, insieme al marito, rimasto cieco in un incidente: Leonilda divenne fotografa ambulante, attiva dal 1900 al 1924. E rimangono 3000 sue lastre,conservate presso l'Istituto Storico della Resistenza in Cuneo e Provincia, che Alessandra Demichelis ha selezionato e raccolto in una mostra che dal 2003 gira per il Piemonte (chissà che non riesca a portarla ad Alba!).
Leonilda fotografava per mestiere: eccola lì con la sua macchina medio formato, grande investimento, eccola che infila una lastra e crea il set: le ragazze più giovani le fa mettere in una posa un po' sbarazzina, ammiccante, le fa sdraiare con l'ombrellino in un prato (una foto da mandare all'amato in guerra?);  i bambini sono conciati come bambole di ceramica: vestiti da marinaretti o piccole dame, circondati di fiori, mai sorridenti (una foto da tenere sul comò per ricordarsi quanto fossero innocenti?); e le coppie sono le più emozionanti: donne di montagna, facce scure e decise, tengono per mano uomini piccoli, col cappello da alpino o i baffoni alla Vittorio Emanuele.
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categoria:donne, fotografia
martedì, 28 agosto 2007
Vatnajökull
Il viaggio in Islanda mi ha caricato di energie positive: un'esperienza per nulla "mordi e fuggi", tre settimane in una terra che è tutta nella fase puberale in cui si avvicendano tempeste ormonali e nuove scoperte: intrattabile e bella, tutta arcobaleni fuochi implosioni e jökulhlaups , capace di pianti a dirotto e sorrisi improvvisi, come gli adolescenti, appunto. Come me, forse (che tanto adolescente non sono più).

Non ci sono troppi alberi, e forse questo scatena il terrore nei forestieri: un paese così selvaggio ma senz'alberi, che cos'accadde? Quei pochi, pare, se li spartirono i discendenti dei vari Erikson e Johanson, per tirar su capanne di torba, erba e legno. E così ci si trova quasi sempre a scalare pendii vulcanici ricoperti del muschio più favoloso che abbia mai visto: spesso, gonfio ma mai umido, alto fino a venti centimetri, colore cenere e salvia, che raramente lascia il posto a rocce e licheni bianchissimi, forme di vita aliena. Un muschio su cui si potrebbe dormire comodamente copre la maggior parte dei grumi lavici islandesi di un materasso soffice, fitto e robusto. Un muschio della stessa consistenza della lana delle pecore islandesi: secca secca a forza di vento e pioggia fredda, waterproof (assicuro) ma incredibilmente morbida.

E c'è tutta una flora discreta, meno appariscente degli alti fusti legnosi, ma altrettanto affascinante: le distese di blueberries con cui ho cucinato due torte nell'antidiluviano forno del laboratorio delle marmellate di Solheimar,  torte che sono uscite come ogni torta di mirtilli dovrebbe essere: dall'impasto rosso e gonfio, cosparso di gemme blu, nonostante  l'imprevedibilità di quel forno vetustissimo; poi finocchi selvatici, lupini a profusione nei loro toni più naturali (quel bluviola genziana irriproducibile nei colori artificiali in cui vengono commerciati i lupini da noi), achillea, erika, campanule color del lillà, fragoline e bacche, genziane, ranuncoli e rose selvatiche, timo e valeriana, fiori bizzarri dai semi volanti (eriofori, infatti)... ma basta farsi un giro nel giardino botanico di Reykjavik, tra le oche che rasentano il lago partendosene per i paesi caldi.
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categoria:natura, viaggi, stagioni, fotografia
lunedì, 27 agosto 2007
vikingAlla fine si rientra a casa, un po' malinconici ma pieni di cose nuove su cui rimuginare e sognare.
L'Islanda è un paese in cui non mi trasferirei mai, diversamente da altri paesi nordici che amo considerare la mia patria del cuore.
L'Islanda mi ha percosso e lasciato un po' più piccola: ho compreso, osservando chilometriche colate di lava, l'alito freddo di un ghiacciaio o il respiro caldo di un geyser, come il paesaggio fecondi la mente umana e ne nascano mostri, troll o elfi, più facilmente che a volerseli inventare. Il paesaggio, è il mostro.
Il vulcano Hekla è la porta degli inferi e lo Snæfellsjökull l'ingresso al centro della terra di Verne (rileggetelo!!). A me è bastato affacciarmi a un laghetto di un azzurro ribollente a Geysir, per credere a tutto ciò.
 L'uomo in Islanda è piccolo, umile di fronte a una natura ancora potente. Non costruisce strade decenti perché sa un lahar gliele porterebbe via in un baleno. Non si spinge nell'interno dell'isola, ma rimane sul mare, pronto a fuggire per nave nel caso la sua terra imitasse Atlantide. Semina lupini e pianta pioppi e betulle, perché il vento non gli porti via quel poco di suolo che c'è.
Vero è che poi tira su serre fantascientifiche in cui addirittura il calore della Terra genera banane, come a Hveragerði. Le stesse serre hanno reso -ahinoi- il cetriolo (cucumber) parte irrinunciabile della dieta islandese, che riesce così a non distinguersi troppo da quelle dei paesi nordeuropei (pane sì ma in cassetta, dolci iperglassati burrosi e immangiabili, troppi cetrioli e cipolla cruda...). Sono riuscita a evitare il puffin-burger e il Rotten Shark (che tradotto letteralmente diventa "squalo marcescente") ma ho assaggiato per la prima volta nella mia vita la pizza giapponese, la cosidetta OKONOMIAKY (grazie a Risa e Kaoru).

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categoria:natura, viaggi, cucina, globalizzazione, fotografia, mondoliquido
domenica, 04 marzo 2007
luna
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categoria:natura, fotografia, bellezza
sabato, 17 febbraio 2007
ieri il venerdì di Repubblica riportava una notizia che vorrei verificare. Anzi, l'ho già verificata: è successo a Boston, non a New York.
Anyway, due pubblicitari non hanno trovato di meglio da fare, per pubblicizzare un film in uscita, di realizzare finte bombe, con scatoloni di cartone, la carcassa di qualche vecchio pc e scarti dei loro lavoretti da elettricisti della domenica (guerrilla marketing campaign, la chiamano).
Risultato: il panico più assoluto tra i bostoniani ( e le "bostoniane" di James :-)

L'episodio mi fa pensare a tante cose...
Al serbatoio di paura cui Bush ha attinto a dosi massicce la propria popolarità nei primi mesi post-11 settembre. La paura ancora c'è -a vedere da ciò che è successo a Boston- ma evidentemente Giorg-dabliu non ha più alcuna carta per cavalcarla.

eyeheart_v2 Dall'altra parte, la violenza della comunicazione -negli USA con toni parossistici, da noi ci stiamo arrivando- è in grado di sopraffare e smontare, aizzare e turbare. Non parlo degli studi "classici"  della scienza della comunicazione, dell'indagine su quanto il messaggio fecondi o no occhi, menti e comportamenti del pubblico. Di quanto li convinca a comprare una certa mozzarella, o votare un determinato candidato.
Ma di quanto smuova gli intestini e lo stomaco, quella rete di fibre nervose che giace in fondo in fondo alla cassa toracica, quel secondo cervello che vive dei bassi delle musiche da concerto e delle sensazioni più sepolte e paleogenetiche.

Sto pensando a certi spot. Sto pensando a un articolo di Mastrolilli sugli spot TV durante il Super Bowl (ve lo riporto nei commenti)
postato da: flanerie alle ore 17:36 | Permalink | commenti (3)
categoria:cinema, pace, fotografia, uomini, rete, attualità, amerikans
venerdì, 16 febbraio 2007
 storni

Fayez Nureldine vince il secondo premio per la sezione Natura del World Press Photo contest 2007 con la migrazione degli storni in Algeria.


Vale la pena farsi un giro tra i vincitori...
postato da: flanerie alle ore 13:27 | Permalink | commenti (5)
categoria:natura, fotografia, bellezza

daniela scavino